IN VIA -2020

Inviare. Un'azione costante dei nostri giorni. Ma in-via è ciò che precede l'invio, è il percorso, la strada, l'inciampo, il paesaggio, la sosta, la corsa, l'incontro. Tutto ciò che raccolto sul sentiero quotidiano può meritare di essere in-oltrato.

- Il virus della rimozione. Credo appartenga allo stesso ceppo del virus del fatalismo, ma è più preciso, colpisce organi specifici. Precisamente colpisce i sensi che ci consentono di vedere il dolore, in particolare la morte, e poi attacca i ricettori che dalla visione della morte portano all'anima (si può dire questa parola, ogni tanto, per indicare che c'è qualcosa di profondo nell'uomo, che lo congiunge all'infinito?) un senso più completo della vita. Da anni ci ripetiamo che abbiamo rimosso la morte dalla nostra esperienza quotidiana. Soprattutto la morte degli anziani. L'abbiamo ospedalizzata, si dice, cioè spostata in luoghi asettici, le case di cura, gli ospedali.

- Chiusi a casa, regrediti psicologicamente nel grembo domestico, con una vaga sindrome da naufraghi che devono sapercela fare da soli, perchè non si sa mai, mobilitiamo energie spaventose verso il cibo. E, soprattutto, impastiamo ed inforniamo. Dai naufraghi del coronavirus arriveranno forse nel futuro migliaia di messaggi in bottiglia in forma di foto di pizze, pagnotte, filoni, focacce.

- È anche questa una rivelazione. Impastare è il gesto della creazione. Impastare acqua e farina è il gesto base della nutrizione umana, ad ogni latitudine, qualunque sia il tipo di farina. Riuscire a far lievitare è dare una spinta alla materia. Perciò questo gesto ci affascina, è un grado zero del nostro essere uomini civilizzati. E chi ha la fortuna di non usare tecnologie complici può vedere cosa accade quando la farina assorbe a poco a poco l'acqua, affronta una fase di disordine della materia, si raggruma, si appiccica, e poi la fusione si fa completa, la pasta diventa plasmabile, le mani ne sentono una consistenza nuova, c'è in lei un'indissolubilità che ci parla di noi. Della nostra farina di uomini che si imbeve dei liquidi della vita e si trasforma, può diventare pasta buona, se le dosi sono giuste. E ci parla di ciò che uniamo e disuniamo.

- La rivelazione del fatalismo. È riassunta nella diffusione della frase “Andrà tutto bene”. Una frase senza senso. Il suo successo nasce da un paio di motivazioni. La prima, semplice e naturale, comprensibile, è il nostro bisogno di sperare, di farci coraggio, quando avvertiamo il pericolo vicino a noi. Ma la seconda motivazione sta in un male di cui è intrisa la nostra società, in questi tempi, il fatalismo. Più precisamente quella forma di fatalismo che serve a deresponsabilizzarsi. Così, ci ripetiamo andrà tutto bene, ma dato che i morti si contano a migliaia, sottintendiamo “andrà tutto bene, a noi”, perchè bene non sta andando affatto.

- L'esplosione della pandemia del virus covid-19 è un evento drammatico ed epocale. Uno di quei momenti in cui ognuno di noi capisce di essere un frammento infinitamente piccolo dentro una grande Storia, che però non lo trascende, non scorre altrove. C'è la Storia, e dentro ci siamo noi, che la plasmiamo e ne siamo plasmati.

- Siamo in quei numeri che sentiamo ogni giorno, di chi ce l'ha fata e chi no, siamo nei legami che continuiamo a costruire o spezzare, presi dalla paura o dalla speranza. O dal bisogno. E quando la Storia schiude il sipario su scene mai viste, tutto si fa estremo, e si capisce meglio, chi siamo, si strappa il velo della comodità dall'apparenza della vita e avvengono delle rivelazioni. Ecco, il virus rivelatore. Ci sono molte cose che ogni giorno mi sembra vengano rivelate dal virus. Così me le segno, me le ripeto, le metto in fila, perchè nella Storia dobbiamo starci ad occhi aperti, perchè il potente spettacolo continua. Ricordate il professor Keating dell'Attimo Fuggente?

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Biografia

Sono nato nel 1970. Vivo a Paternò, città di cui sono stato sindaco dal 2012 al 2017. Laureato in lettere classiche, insegnante per molti anni (un lavoro bellissimo), adesso dirigente scolastico.
Ho iniziato il mio impegno ecclesiale nei gruppi francescani, di cui ancora faccio parte, quello politico nella Rete, negli anni '90, insieme a quella generazione di siciliani che si è persuasa di riuscire ad assistere alla fine della Mafia, e perfino di contribuirvi. Lo penso ancora.
Mauro Mangano

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